Se un giorno alla gente venisse voglia di vivere
allora il fato dovrà rispondere
e la notte dovrà aprirsi
e le catene spezzarsi.
Chi desidera vivere non trattiene il corpo,
s’evapora e svanisce nel vasto cielo della vita.
Gli esseri, gli esseri tutti, così mi hanno detto,
così mi ha parlato il loro spirito celato
in cima alla montagna, nel più segreto albero,
nel mare scatenato ascoltano il mormorio dei venti.
Che io mi volga verso un luogo al mondo,
indossi la speranza, mi spogli di prudenza.
Non temo sentieri rigorosi
né fuochi alteri.
Rifiutare le alte vette
non è vivere per sempre nel fossato?

Abu’l Qasim Al-Shabbi

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La bella avvolge la tenda di perle,
siede e aggrotta le ciglia di falena.
Ma una traccia di pianto si vede,
chissà tanto rancore a chi lo serba.

Li Bai

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La gloria del mondo si dissolve in polvere fragrante.
Scorre l’acqua senza turbarsi ‒ rinasce spontanea l’erba.
Al tramonto, grida d’uccelli nel vento dell’est.
Cadono fiori come lei cadde, gettandosi dalla torre.

Tangshi sanbai shou Poetry

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Non ce l’ho con la primavera
perché è tornata.
Non la incolpo
perché adempie come ogni anno
ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza
non fermerà il verde.
Il filo d’erba, se oscilla,
è solo al vento.

Non mi fa soffrire
che gli isolotti di ontani sulle acque
abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto
che la riva di un certo lago
è rimasta come se tu vivessi ancora
bella come era.
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C’è un cervo morto tra gli alberi,
Tutto avvolto di giunchi bianchi.
C’è una ragazza con pensieri primaverili,
Un signore la ha allontanata dalla sua giusta strada.

Ci sono dei cespugli nella foresta,
C’è un cervo morto tra gli alberi,
Tutto legato con giunchi bianchi,
C’è una ragazza bianca come il marmo.

«Fate piano, adesso, e con garbo…
Non mi toccate il grembiule,
E non fate abbaiare i cani!»

da Il Libro delle Odi

Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali…
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.
Ecco perché amate così cúpidi
me, nel mio peccato e nel mio male,
perché affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perché nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere più strettamente,
non si può amare più perdutamente…
Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

Anna Andreevna Achmatova

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In quegli anni, diranno, perdemmo traccia
del significato di noi, voi
ci ritrovammo
ridotti all’io
e tutta la questione divenne
stupida, ironica, terribile:
stavamo cercando di vivere una vita personale
e sì, quella era l’unica vita
che potevamo sopportare testimoniare

Ma i grandi uccelli neri della storia strillando si tuffarono
in picchiata nel nostro clima personale
Erano diretti altrove ma con ali e becchi spazzarono
la costa, attraverso i lembi di nebbia
dove stavamo intenti a dire io

Adrienne Rich

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Nel mondo nuovo della mia favola non c’era whisky, non tabacco, non traffico illecito di eroina e di cocaina. La gente non fumava, non beveva, non fiutava, non si faceva iniezioni. Se uno si sentiva depresso o giù di corda, ingoiava un paio di pastiglie di un composto chimico chiamato «soma». Il «soma» originario, di cui presi il nome per la mia droga ipotetica, era una pianta sconosciuta (forse l’«Ascletias acida») e usata dagli antichi invasori ariani dell’India in uno dei più solenni fra i loro riti religiosi. Preti e nobili, durante una complicata cerimonia, bevevano il succo inebriante spremuto dagli steli di questa pianta. Dicono gli inni vedici che ai bevitori di «soma» tocca una beatitudine multiforme: il corpo si fortifica, il cuore si colma di coraggio, di gioia e di entusiasmo, la mente si illumina e, in una esperienza immediata di vita eterna, il fortunato riceve la garanzia della propria immortalità. Ma quel sacro succo aveva i suoi svantaggi. Leggi tutto »

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