«La mutazione genetica che soppresse nei primati la capacità di elaborare la vitamina C offre un chiaro esempio delle innumerevoli variazioni genetiche attraverso le quali, per selezione naturale, si diversificarono gli organismi che oggi conosciamo. La possibilità di osservazioni biochimiche ci consente di studiarne l’evoluzione dall’interno: essa ci dà una misura quantitativa della ricchezza di differenze all’interno degli individui di una singola specie, sui quali la selezione naturale agisce scegliendo il più forte. Mostra come ciascuno di noi, esseri umani, possieda un’individualità biochimica, che si manifesta scarsamente nelle differenze che si osservano nell’uno o nell’altro individuo, ma che di esse è solo parzialmente responsabile.
Consideriamo ora alcune caratteristiche genetiche come, per esempio, il peso del fegato in relazione al peso totale dell’essere umano o la concentrazione di un certo enzima nei globuli rossi del sangue. Prendendo in esame un campione di cento esseri umani, si scopre che questa caratteristica varia ampiamente. Spesso la variazione è, approssimativamente, quella data dalla funzione standard delle probabilità, quella con il grafico a campana. Si dice abitualmente che la «normale» scala dei valori di una determinata caratteristica è quella entro la quale si trova il 95 per cento dei valori e che il restante 5 per cento, che rappresenta gli estremi, è anormale. Se presumiamo che cinquecento caratteristiche siano ereditate indipendentemente, possiamo calcolare che esiste solo una piccola possibilità, il 3 per cento, che una persona, fra tutta la popolazione del mondo, sia «normale» rispetto a ciascuna di queste cinquecento caratteristiche. Si stima, tuttavia, che un essere umano abbia un corredo di centomila geni, ognuno dei quali serve a qualche funzione, per esempio a controllare la sintesi di un enzima. Il numero delle caratteristiche che possono essere variabili, a causa di una differenza nella natura di un gene particolare, è presumibilmente vicino a centomila, piuttosto che soltanto a cinquecento; di conseguenza, giungiamo alla conclusione che nessun essere umano sulla Terra è «normale» rispetto a tutte le caratteristiche.
Ovviamente, si tratta di un calcolo assai semplificato, che aiuta comunque a sottolineare come tutti gli esseri umani differiscano l’uno dall’altro e come ciascuno debba essere trattato come un individuo, sia dal punto di vista biologico sia da quello psicologico. La specie dell’Homo sapiens è più eterogenea, rispetto ai caratteri genetici, della maggior parte delle altre specie animali. Nondimeno, l’eterogeneità è stata riscontrata anche negli animali da laboratorio, come il porcellino d’India. Molti anni fa si è scoperto che i porcellini d’India alimentati con la stessa dieta che produce lo scorbuto, contenente cioè meno di 5 mg. di acido ascorbico al giorno per chilogrammo di peso corporeo, differivano l’uno dall’altro per la gravita dello scorbuto da cui venivano affetti e per la rapidità con cui ciascuno di essi se ne ammalava. Un esperimento eccezionale fu condotto nel 1967 da Williams e Deason: essi trovarono da un commerciante di animali dei porcellini d’India di sesso maschile che erano stati da poco privati dell’allattamento materno.
Dopo una settimana di osservazione, in cui i porcellini furono nutriti secondo una dieta sana che includeva verdure fresche, gli animaletti furono sottoposti a una dieta priva di acido ascorbico o con quantità integrative note. Essi furono divisi in otto gruppi, ognuno dei quali comprendeva dai dieci ai quindici individui: a uno dei gruppi non veniva dato acido ascorbico, mentre agli altri ne venivano date quantità diverse, somministrate con una pipetta per via orale. Circa l’80 per cento degli animali che non ricevevano l’acido ascorbico, o che ne ricevevano soltanto 0,5 mg. per chilogrammo di peso corporeo al giorno, rivelò i sintomi dello scorbuto, mentre soltanto il 25 per cento di quelli che ne ricevevano 1 mg. e 4 mg. per chilogrammo al giorno e nessuno fra quelli che ne ricevevano 8 mg. o più al giorno diede segni del male.
Questi risultati concordano con l’affermazione che per prevenire lo scorbuto nei porcellini d’India necessitano, circa 5 mg. per chilogrammo al giorno di acido ascorbico. Si osservò, d’altra parte, che due animali che avevano ricevuto soltanto 1 mg. per chilogrammo al giorno rimasero sani e acquisirono peso durante tutto il periodo dell’esperimento (otto settimane). Uno di essi rivelò di aver acquisito un peso totale maggiore di quello di ogni altro animale che aveva ricevuto una dose di acido ascorbico due, quattro, otto o sedici volte superiore. Eppure, sette dei porcellini d’India, che avevano ricevuto 8, 16 o 32 mg. per chilogrammo al giorno, si rivelarono in uno stato di salute non buono e non diedero che minimi segni di crescita durante i primi sette giorni di dieta. Fu allora data loro una maggiore quantità della vitamina: a cinque di essi, 64 mg. per chilogrammo al giorno, e a due di essi, 128 mg. per chilogrammo al giorno. Gli animali reagirono benissimo: se erano cresciuti soltanto di 12 g. in media durante il periodo di dodici giorni in cui veniva data loro la dose minore di acido ascorbico, durante i dieci giorni in cui ricevettero le dosi superiori crebbero mediamente di 72 g.
La conclusione che si potè trarre fu che questi animali, sette sui trenta a cui erano stati dati 8 mg. e 32 mg. di vitamina C per chilogrammo al giorno, ne richiedevano, per essere sani, una dose maggiore degli altri. Williams e Deason (1967) giunsero alla conclusione che, su un numero totale di cento porcellini d’India esistono almeno venti scale diverse per il fabbisogno di vitamina C del singolo individuo. Essi dedussero che anche per gli esseri umani doveva valere la stessa regola dei porcellini d’India usati nell’esperimento e che, di conseguenza, la variazione individuale nel fabbisogno di vitamina C degli uomini è probabilmente altrettanto ampia (…)».

Linus Pauling
da “How to Live Longer and Feel Better
Copyright © 1986 by W.H. Freeman and Company

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