Quando si prende in mano un libro di quasi seicento pagine si intraprende senz’altro una lunga avventura e si sceglie più o meno consapevolmente di andar e a vivere con qualcuno dei personaggi per un bel po’ di tempo. Quando poi i personaggi sono tanti e hanno nomi anche difficili da ricordare, quando l’autore è in ognuno di questi personaggi nonché in se stesso, allora si inizia a condividere con lui anche le sensazioni, i pensieri, le percezioni. Leggendo “I Racconti della Kolyma” di Varlam Salamov si sente sulla propria pelle il freddo glaciale dei lager sovietici, si sente la fame anche se si è a stomaco pieno, si sente il sapore del pane bianco, delle verdure crude; si materializzano corpi di uomini emaciati e piegati dalla fatica inumana, le macchie sulla loro pelle, le bocche devastate dallo scorbuto, paesaggi irreali e troppo lontani per essere pienamente dipinti nella mente di un lettore del mediterraneo. Salomov racconta la sua devastante e lunga esperienza in un lager sovietico attraverso se stesso e attraverso tutti gli esseri umani che gli sono passati davanti durante la sua detenzione. Racconta di uomini e di donne privati delle loro vite e della loro libertà di pensare e agire perché vittime di un sistema criminale messo in piedi da Stalin, che ha travolto migliaia di sovietici e non solo per decenni, privandoli dei loro affetti e del loro stesso essere senza una ragione. Non per discriminazione razziale vennero istituiti i gulag, non per avere forza lavoro gratuita, o almeno non solo per questo. I gulag furono un potentissimo strumento finalizzato al controllo delle masse e alla conservazione del potere unico, al controllo delle menti, della parola e soprattutto degli affetti. La politica di spionaggio e controllo coinvolgeva prima di tutto le famiglie, i piccoli nuclei sociali, dai quali si era forzatamente allontanati nella migliore delle ipotesi, allontanati per sempre, perché anche dopo il gulag, sempre che vi fosse un dopo, non vi era un ricongiungimento agli affetti, alla vita normale per una ragione più che valida: il terrore. Riuscire a terminare la lettura di questo libro è davvero un’impresa, non perché non sia bello, è stupendo, ma è difficile vivere tanto tempo assieme a Salomov e ai suoi innumerevoli compagni di miseria, senza sentire il peso di tutte queste vite nella propria. Non è un testo politico, non un manifesto anticomunista, antisovietico, è solo un lungo e dignitoso racconto di un mondo senza logica e senza compassione. Tuttavia, se questi furono i lager sovietici è chiaro quanto furono diversi nei meccanismi, nell’evoluzione e nelle origini stesse, dai lager nazisti. E’un paragone troppo spesso citato da storici e politici ammiccanti ma non regge. Diversa è l’origine, la malvagia teoria che portò alla loro realizzazione, diversa la condizione dei detenuti, diverso l’ambiente, costituito da delinquenti privilegiati, salariati liberi, fortunati e sfortunati. Si, perché nei lager sovietici si poteva anche avere la fortuna di finire a lavorare in un forno e avere pane a disposizione, non finirci per essere disciolto; si poteva finire a lavorare in ospedale, seguire un corso d’infermiere, si poteva tentare la fuga, la fuga per lo più vana, ma restava pur sempre una possibilità. Ecco, è questa la differenza, la possibilità di sopravvivere data dalle circostanze, la possibilità di andare oltre la morte e di serbare un minimo di dignità nonostante l’orrore. Resta indelebile un episodio. I detenuti vengono privati delle loro protesi prima di entrare in cella, qualcuno consegna un braccio, qualcuno una gamba, un occhio finto, un busto di ferro. Salomov non ha protesi da consegnare e il carceriere ribatte: “Allora dacci l’anima!”
“No, l’anima non ve la do!”

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