Nel giornalismo sono importanti i fatti, ma anche i tempi e – direbbe Leonardo Sciascia – il “contesto”. E così è di fondamentale rilevanza tenere presenti i tempi e il “contesto” del tentativo di bruciare la mia autovettura – attentato sventato dopo che già l’avevano cosparsa con la benzina – verificatosi a poche ore dalla conferenza stampa relativa agli arresti effettuati il 23 febbraio 2009, nell’ambito dell’inchiesta sul clan Lubrano-Ligato di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Nell’occasione dell’incontro con i giornalisti, il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, il pubblico ministero Giovanni Conzo e il comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Carmelo Burgio, mi avevano espresso stima e sottolineato il ruolo che avevano avuto le mie pericolose e credo efficaci inchieste giornalistiche nella battaglia anti-camorra. E quando i giornali locali mi censuravano o mi cacciavano, gli articoli che non potevo pubblicare diventavano formali denunce alla magistratura e comunicati stampa. Una stima, quella di Roberti, Conzo e Burgio che ricambio ampiamente.

Voglio sottolineare, però, che le parole più importanti e interessanti di quella conferenza stampa sono state non le attestazioni di stima nei miei confronti ma quelle riguardanti l’analisi lucidissima del “caso Pignataro Maggiore” fatta dal dottor Giovanni Conzo, che si è avvalso tra l’altro delle investigazioni dei carabinieri della Stazione di Pignataro Maggiore, con il comandante maresciallo Antonio di Siena e il vicecomandante maresciallo Raffaele Gallo, un presidio in territorio di guerra. Conzo ha spiegato che i boss pignataresi sono la testa di ponte della mafia siciliana, dei “corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dai quali la cosca Lubrano-Ligato, tramite i Nuvoletta di Marano di Napoli, è andata a scuola di mafia; e il “clan del casalesi” ha poi appreso il modo di agire mafioso dai boss di Pignataro Maggiore, città tristemente nota come “la Svizzera delle cosche”, capitale della “camorra imprenditrice”. Se non si studia la storia dei mafiosi pignataresi, non si capisce la storia della mafia casalese, casertana e campana. Ciò che distingue i grandi magistrati da quelli pur bravi e “normali” non sono le intercettazioni, le perquisizioni e quant’altro, ma – come si direbbe in sociologia – il “paradigma interpretativo”, l’intelligenza dell’ipotesi investigativa. Il dottor Giovanni Conzo, nell’analizzare la mafia pignatarese, ha dimostrato di essere uno straordinario facitore di “paradigmi interpretativi”, confermati dalle concrete azioni investigative, dalle prove insomma.

Quindici arresti, una cinquantina di indagati. Ma ho motivo di credere che vi siano altre indagini in pieno sviluppo, se si tiene presente che – per esempio – le pressioni contro la mia attività giornalistica emerse sono relative a molti anni fa. E poi c’è l’intreccio tra politica, affari e camorra che non ancora è stato colpito dalle inchieste; sono certo che emergeranno anche in sede giudiziaria fatti di enorme rilevanza, già denunciati nelle mie investigazioni giornalistiche. Un “dettaglio” per capire l’importanza dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia appena conclusa: la famiglia Lubrano è stata investita dall’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, e sembra ovvio; ma quasi nessuna sa che il defunto boss Vincenzo Lubrano – amico di Totò Riina e consuocero di Lorenzo Nuvoletta -, pur condannato all’ergastolo per l’omicidio Imposimato, non fu mai condannato invece per associazione mafiosa. Come dire: a Pignataro Maggiore “la mafia non esiste”. Intervistato da un quotidiano locale, Vincenzo Lubrano “suggerì” proprio un titolo del genere: “A Pignataro la camorra non esiste”. Dove la mafia e i mafiosi – con il loro bagaglio di connivenze nella politica, nelle Istituzioni e nel mondo degli affari -, per definizione, “non esistono”, è molto difficile, complesso e pericoloso scrivere il contrario.

Non a caso, Pignataro Maggiore è la città campana dopo più numerose sono state le intimidazioni e le pressioni politiche, editoriali e imprenditoriali ai danni dei giornalisti, una tremenda campagna di isolamento, delegittimazione e di imbavagliamento che non ha pari. Che spettacolo, quando i boss e i politici ordinano, gli editori e i direttori dei giornali eseguono: “Baciamo le mani, don Vincenzo”.

“Sembra di stare in Sicilia”, mi ha detto un collega, dopo il tentativo di bruciare la mia autovettura avvenuto nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2009; aggiungo che sembra di stare in un film sulla mafia ambientato in Sicilia. E’ un pezzo di Sicilia mafiosa, Pignataro Maggiore, dove svernarono da latitanti Luciano Liggio e Totò Riina, che partecipò al banchetto per il matrimonio di Gaetano Lubrano (morto per malattia nel 1989) con Giuseppina Orlando, cugina dei fratelli Nuvoletta. Quel Gaetano Lubrano (fratello di “don” Vincenzo), boss di storica importanza, “consigliere” della famiglia Nuvoletta, il quale partecipò alla macabra riunione nella quale fu deciso di uccidere il giornalista Giancarlo Siani. Dalle intercettazioni ambientali è emerso che il capocosca Vincenzo Lubrano parlava sempre e rabbiosamente di due giornalisti “che scassavano ‘o cazzo”: di Giancarlo Siani, che già la famiglia Nuvoletta-Lubrano aveva assassinato, e del miracolosamente sopravvissuto Enzo Palmesano, eliminato chirurgicamente da una manovra a tenaglia di giornalisti proni, editori compiacenti, politici convergenti e boss mafiosi autori di “proposte che non si possono rifiutare”. Io non posso più scrivere sulla stampa locale casertana, non posso pubblicare le mie inchieste sugli intrecci tra politica, affari e camorra, io – per i padroni e i padrini – devo morire; per un giornalista investigativo non poter pubblicare le proprie inchieste è come morire. Qualora avvenisse la mia eliminazione fisica, pericolo che non mi nascondo e che ritengo concreto e attuale, essa è stata preceduta dalla più completa e devastante eliminazione professionale.

Io sono un giornalista professionista, vivo di giornalismo, ma nella mia terra non ho mai potuto lavorare per portare la pagnotta a casa. Non posso lavorare io ma nemmeno i miei familiari: la camorra non vuole. Mi hanno fatto il vuoto intorno, terra bruciata. Nel corso dell’inchiesta del dottor Giovanni Conzo è emerso, inoltre, che il clan Lubrano-Ligato impose – oltre che la fine della mia collaborazione con il quotidiano locale “Corriere di Caserta”, qui con convergenti pressioni politiche locali e nazionali – il licenziamento di mio figlio Massimiliano ad un imprenditore edile pignatarese. Mio figlio avrebbe voluto continuare a lavorare per pagarsi le vacanze, ma il boss Pietro Ligato (ora arrestato per l’omicidio del padre del collaboratore di giustizia Antonio Abbate), accompagnato dall’attuale “pentito” Giuseppe Pettrone, chiese ed ottenne l’immediato licenziamento di Massimiliano, per sua sventura figlio del giornalista Enzo Palmesano. E’ questo il clima in cui vivo nella “Svizzera dei clan” con mia moglie e i miei tre figli. Non so che cosa ci riserverà il destino, nel quale comunque ho speranza. Non posso, comunque, fare a nessuno il favore – come avrebbero voluto “don” Vincenzo Lubrano e gli amici degli amici – di smettere di “scassare ‘o cazzo”.

Enzo Palmesano

http://www.articolo21.info/8234/notizia/perche-la-camorra-mi-vuole-uccidere.html

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