Nel mondo nuovo della mia favola non c’era whisky, non tabacco, non traffico illecito di eroina e di cocaina. La gente non fumava, non beveva, non fiutava, non si faceva iniezioni. Se uno si sentiva depresso o giù di corda, ingoiava un paio di pastiglie di un composto chimico chiamato «soma». Il «soma» originario, di cui presi il nome per la mia droga ipotetica, era una pianta sconosciuta (forse l’«Ascletias acida») e usata dagli antichi invasori ariani dell’India in uno dei più solenni fra i loro riti religiosi. Preti e nobili, durante una complicata cerimonia, bevevano il succo inebriante spremuto dagli steli di questa pianta. Dicono gli inni vedici che ai bevitori di «soma» tocca una beatitudine multiforme: il corpo si fortifica, il cuore si colma di coraggio, di gioia e di entusiasmo, la mente si illumina e, in una esperienza immediata di vita eterna, il fortunato riceve la garanzia della propria immortalità. Ma quel sacro succo aveva i suoi svantaggi. Il «soma» era una droga pericolosa, così pericolosa che persino il grande Dio-Cielo, Indra, a volte si ammalava dopo averlo bevuto. Una dose eccessiva poteva anche uccidere l’uomo qualunque, ma era un’esperienza così trascendentale, beatificante e illuminante, che bere il «soma» era considerato sommo privilegio. Un privilegio che non aveva prezzo.

Il «soma» del «Mondo nuovo» non aveva alcuno degli svantaggi del suo predecessore indiano. In piccole dosi dava un senso di beatitudine, in dosi maggiori provocava visioni; tre pastiglie bastavano a far sprofondare, entro pochi minuti, in un sonno rigenerante. E senza nessun danno fisiologico o mentale. Il cittadino del mondo nuovo poteva congedarsi dall’umor nero o dalle seccature familiari della vita quotidiana senza sacrificare la propria salute, senza ridurre permanentemente la propria efficienza.
Nel mondo nuovo l’uso del «soma» non era un vizio personale; era un’istituzione politica; era l’essenza stessa della Vita, della Libertà e del Perseguimento della Felicità, garantiti dalla Carta dei Diritti. Ma questo preziosissimo fra i privilegi inalienabili dei soggetti era al tempo stesso una delle armi più potenti dell’arsenale del dittatore. Il drogaggio sistematico degli individui per il bene dello Stato (e anche, naturalmente, per il piacere dei singoli) era una piattaforma fondamentale della politica dei Controllori del Mondo.
La razione quotidiana di «soma» era una garanzia contro il disadattamento personale, contro le agitazioni sociali, contro il diffondersi di idee sovversive. Diceva Karl Marx che la religione è l’oppio del popolo. Nel mondo nuovo valeva il contrario. Cioè l’oppio, anzi il «soma», era la religione del popolo. Come la religione, la droga aveva il potere di consolare, di ripagare, evocava visioni di un mondo diverso, migliore, offriva la speranza, rafforzava la fede e promuoveva la carità. Ha scritto un poeta che la birra

«meglio di Milton può
giustificare all’uomo le vie del Signore».

E ricordiamoci che, paragonata al «soma», la birra è una droga di tipo quanto mai grossolano e malsicuro. Nel giustificare all’uomo le vie del Signore, il «soma» sta all’alcool come l’alcool sta agli argomenti teologici di Milton.
Nel 1931, quando io immaginavo questo prodotto sintetico, capace di dare alle future generazioni quiete e felicità, un famoso biochimico americano, il dottor Irvine Page, stava per lasciare la Germania, dove per tre anni aveva studiato, all’Istituto Kaiser Wilhelm, la chimica del cervello. «Non si riesce a capire» ha scritto il dottor Page in un suo recente articolo «perché gli scienziati abbiano atteso tanto tempo, prima di mettersi a studiare le reazioni chimiche del proprio cervello. Parlo in base a una scottante esperienza personale. Nel 1931, quando tornai nel nostro paese… non riuscivo a trovar lavoro in questo campo (la chimica del cervello) o suscitare un rivolo d’interesse sull’argomento.» Oggi, a ventisette anni di distanza, quel rivolo inesistente del 1931, si è mutato in una marea di ricerche biochimiche e farmacologiche. Si sono studiati gli enzimi che regolano il funzionamento del cervello. Si sono isolate nel corpo umano sostanze chimiche sinora sconosciute, come l’adrenocromo e la serotonina (il dottor Page ne è uno degli scopritori) e se ne sono studiati gli effetti sulle nostre funzioni mentali e fisiche. Inoltre si sono ottenute per sintesi nuove droghe: droghe che accrescono, modificano, interferiscono con l’azione delle varie sostanze chimiche mediante le quali il sistema nervoso, controllore del corpo, strumento e mediatore della conoscenza, compie i suoi miracoli, giorno per giorno, ora per ora. Dal nostro attuale punto di vista ecco qual è l’aspetto più interessante di queste nuove droghe; esse alterano temporaneamente la chimica del cervello e lo stato mentale che ad essa si associa, senza danneggiare permanentemente l’organismo nel suo complesso. Sotto tale aspetto sono simili al «soma» e profondamente diverse dalle droghe che nel passato servivano a mutare la mente dell’uomo. Per esempio l’oppio è il tranquillante tradizionale. Ma l’oppio è pericoloso perché, dall’età neolitica fino ai nostri giorni, creando il vizio ha rovinato la salute dell’uomo. Lo stesso può dirsi dell’euforico tradizionale, l’alcool, la droga che, dice il Salmista, «rallegra il cuore dell’uomo». Purtroppo l’alcool non si limita a rallegrare il cuore dell’uomo; in dosi eccessive provoca malattia e vizio, e in questi ultimi otto o diecimila anni ha causato delitti, infelicità domestica, abiezione morale e accidenti altrimenti evitabili.
Tra gli stimolanti tradizionali il tè, il caffè e il mate, grazie a Dio sono assolutamente innocui. Ma sono anche assai blandi stimolanti. A differenza di queste ‘coppe che rinfrancano ma non inebriano’, la cocaina è una droga assai potente e pericolosa. Chi ne fa uso paga care le estasi, il senso di illimitata potenza fisica e mentale: attacchi di depressione angosciosa, sintomi fisici orrendi (ad esempio la sensazione di miriadi di insetti che ti strisciano sul corpo), delusioni di tipo paranoide che possono indurre alla violenza, al delitto. Altro stimolante, di nuova invenzione, è l’amfetamina, meglio nota con il suo nome commerciale, benzedrina. E’ assai efficace, ma, abusandone, danneggia la salute, mentale e fisica. Dicono che in Giappone vi siano oggi circa un milione di drogati da benzedrina.
Fra le droghe tradizionali che provocano visioni le più note sono il peyote, nel Messico e negli Stati Uniti sudoccidentali, e la «Cannabis sativa», che si consuma in tutto il mondo, sotto vario nome: hascisc, bhang, kif e marijuana. Medici e antropologi affermano che il peyote è molto meno dannoso del gin o del whisky che ingoia l’uomo bianco. Agli indiani che lo consumano nei riti religiosi permette di entrare in paradiso, di sentirsi integrati nella loro comunità; un privilegio che non costa caro, a parte la masticazione di certa roba che ha un sapore schifoso e dà la nausea per un paio d’ore. La «Cannabis sativa» è droga meno innocua, anche se nemmeno lontanamente dannosa come vorrebbero farci credere i cacciatori di sensazioni. La commissione medica che nel 1944 ebbe dal sindaco di New York l’incarico di studiare il problema della marijuana, dopo attenta indagine concluse che la «Cannabis sativa» non rappresenta alcuna grave minaccia alla società e nemmeno a quelli che la consumano. E’ una seccatura, non di più.
Da queste droghe tradizionali passiamo ora agli ultimi prodotti della ricerca farmacologica. Grandissima pubblicità hanno avuto tre nuovi tranquillanti: la reserpina, la clorpromazina e il meprobamato.
Somministrate ad alcune categorie di nevrotici, le prime due hanno dimostrato notevole efficacia; non perché guariscano dalla malattia mentale ma perché sopprimono, almeno temporaneamente, i sintomi più penosi. Il meprobamato (detto anche Miltown) ha effetti analoghi sui sofferenti di alcune forme nevrotiche. Nessuna di queste droghe è del tutto innocua; ma il danno alla salute fisica e all’efficienza mentale è straordinariamente lieve. In questo mondo, dove nessuno ottiene niente per niente, i tranquillanti offrono molto per poco. Miltown e clorpromazina non sono ancora il «soma»; ma almeno per un aspetto si avvicinano moltissimo a quella mitica droga. Alleviano temporaneamente la tensione nervosa senza danno organico permanente, nella maggioranza dei casi: solo, mentre la droga agisce, una lieve riduzione dell’efficienza intellettuale e fisica. Tranne che come narcotici, sono probabilmente da preferire ai barbiturici, che ottundono il filo della mente e, in dosi eccessive, provocano numerosi sintomi psicofisici negativi, e possono dare anche assuefazione.
Con il dietilamide dell’acido lisergico (L.S.D.-25) i farmacologi hanno di recente ricreato un altro aspetto del «soma»: cioè una droga che aumenta la percezione e provoca visioni, senza nessuno scotto fisiologico. Questa droga straordinaria, efficace in dosi minime – cinquanta, o anche solo venticinque milionesimi di grammo – ha il potere (come il peyote) di trasportare l’uomo in un altro mondo. Nella maggior parte dei casi, l’altro mondo a cui l’L.S.D.-25 dà accesso è un mondo celestiale; ma a volte può anche essere purgatoriale o addirittura infernale. In ogni modo, per chi la compie, l’esperienza dell’acido lisergico, positiva o negativa che sia, risulta profonda e illuminante. E in ogni modo è già sbalorditivo il fatto che si possa mutare così radicalmente il cervello dell’uomo, con uno scotto così lieve.
Ma il «soma» non solamente provocava visioni e tranquillava il paziente; al tempo stesso (e questo è senz’altro impossibile) stimolava la mente e il corpo, creava una euforia attiva, accanto a quella negativa che segue al venir meno dell’ansia e della tensione.
Lo stimolante ideale, possente e insieme innocuo, non è ancora stato scoperto. L’amfetamina, come già si è visto, era ben lontana dalla perfezione: esigeva troppo per quel che dava. Più degno candidato al ruolo di «soma», sotto questo terzo aspetto, è l’iproniazide, che oggi si somministra ai pazienti depressi, per sollevarli dalla prostrazione, agli apatici per ravvivarli, in genere per accrescere la quantità di energia fisica disponibile. Ancor più promettente – me lo garantisce un illustre farmacologo di mia conoscenza – è un nuovo composto, oggi in fase sperimentale, che si chiamerà Deaner. Il Deaner è un aminoalcole, che pare aumenti nel corpo umano la produzione di acetilcolina e quindi accresca attività ed efficienza del sistema nervoso. Chi prende questa nuova pillola avrà minor bisogno di sonno, si sentirà più desto e più franco, penserà meglio e più in fretta; e quasi senza nessun danno organico, almeno a breve scadenza. Sembra troppo bello per essere vero.
E’ chiaro dunque che, seppure il «soma» non esiste ancora (e probabilmente non esisterà mai) già abbiamo scoperto buoni sostituti dei suoi singoli aspetti. Noi disponiamo di droghe che tranquillano, che producono visioni, che stimolano, senza alcuna grave penalizzazione fisiologica.
E’ ovvio che il dittatore, volendo, potrebbe far uso di queste droghe a scopo politico. Così si cautelerebbe contro l’agitazione politica, mutando la chimica del cervello dei soggetti, resi contenti dalla loro condizione servile. Ai tranquillanti ricorrerebbe per calmare gli agitati, agli stimolanti per destare entusiasmo fra gli indifferenti, agli allucinogeni per distrarre l’attenzione dei poveri dalle miserie.
Ma come potrebbe, chiederà qualcuno, il dittatore costringere i soggetti a prendere la pillola che li farà pensare, sentire e agire nel modo che egli desidera? E’ assai probabile che basterebbe mettere le pillole a disposizione di tutti. Oggi a disposizione di tutti troviamo il tabacco e l’alcool, e la gente spende molto più per questi euforici, assai poco efficaci, per questi pseudostimolanti e sedativi, che non per l’educazione dei figli. Consideriamo i barbiturici e i tranquillanti. Negli Stati Uniti queste droghe si vendono solo dietro ricetta medica. Ma il pubblico americano chiede con tale intensità qualcosa che renda più sopportabile l’esistenza in un ambiente urbanoindustriale, che i medici firmano ricette per tranquillanti al ritmo di quarantotto milioni l’anno. E una sola ricetta serve di solito per più d’un acquisto. Cento dosi di felicità non bastano: chiedine un altro flacone al farmacista, poi quand’è finito, ancora un altro…
Non c’è dubbio che se i tranquillanti si vendessero al prezzo dell’aspirina, e con la stessa facilità, non a miliardi di dosi sarebbero consumati, ma a decine, a centinaia di miliardi. La stessa fortuna toccherebbe a uno stimolante efficace e a buon mercato. Sotto la dittatura i farmacisti avrebbero ordine di cambiar musica col mutare della situazione. Nei momenti di crisi, provvederebbero a spingere la vendita degli stimolanti. Passata la crisi, un’eccessiva vigilanza ed energia potrebbe dar fastidio al tiranno: allora si solleciterebbero le masse a comprare droghe che tranquillino e provochino visioni. E sotto l’influenza di questa ambrosia molcente, di sicuro non darebbero alcun fastidio al padrone.
Allo stato attuale delle cose, i tranquillanti possono impedire a qualcuno di dar fastidio, non solo ai governanti, ma anche a se medesimo. L’eccessiva tensione è una malattia; ma è malattia anche la tensione troppo scarsa. In talune occasioni «bisogna» esser tesi; in talune occasioni un eccesso di tranquillità (specialmente di tranquillità imposta dall’esterno, dalla chimica) è assolutamente fuori di luogo.
Io ho partecipato di recente a un convegno di studi sul meprobamato; un insigne biochimico avanzò una proposta scherzosa: che il governo degli Stati Uniti regalasse al popolo sovietico cinquanta miliardi di dosi del più noto tranquillante. Come in tutti gli scherzi, c’era anche lì qualcosa di serio. Quando si scontrino due popolazioni, di cui una stimolata continuamente da minacce e promesse, diretta continuamente da una propaganda univoca, mentre l’altra viene, con pari costanza, distratta dalla televisione e tranquillata dal Miltown, quale delle due l’avrebbe vinta?
Oltre a tranquillare, allucinare e stimolare, il «soma» della mia favola aveva anche il potere di accrescere la suggestionabilità, e quindi poteva usarsi per ribadire gli effetti della propaganda governativa. Con minore efficacia, e con maggior danno fisiologico, la farmacopea ha già alcune droghe che possono usarsi a quello scopo. Per esempio la scopolamina: è il principio attivo del giusquiamo, in forti dosi veleno potentissimo; ci sono il pentotal e l’amital sodico.
Soprannominato, per qualche strano motivo «siero della verità», al pentotal ha fatto ricorso la polizia di vari paesi per estorcere (forse suggerire) la confessione ai criminali reticenti. Il pentotal e l’amital sodico abbassano la barriera fra conscio e subconscio, e giovano benissimo a curare lo «stress da battaglia», grazie a un procedimento che in Inghilterra si chiama «terapia abreattiva» e in America «narcosintesi». Pare che a queste droghe abbiano fatto ricorso i comunisti, per preparare alla comparsa in tribunale i prigionieri di maggior riguardo.
Intanto prosegue la marcia della farmacologia, della biochimica e della neurologia: possiamo essere certi che nei prossimi anni si scopriranno nuovi e migliori metodi chimici per aumentare la suggestionabilità e sminuire la resistenza psicologica. Come tutte le scoperte, le potremo usare per il bene e per il male. In mano allo psichiatra possono diventare un’arma contro le malattie mentali; in mano al dittatore vincere la battaglia contro la libertà. Più probabilmente, giacché la scienza è imparziale e olimpica, quelle droghe serviranno a fare schiavi e liberi, a sanare e a distruggere.

Aldous Huxley
da «Ritorno al mondo nuovo»,
titolo originale dell’opera:
«Brave New World Revisited».
Copyright 1961 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

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