Consideriamo gli uccelli. Quale delicatezza, nel loro modo di amoreggiare, e quanta romantica cavalleria! Poiché, sebbene gli ormoni prodotti nel corpo del volatile femmina lo predispongano all’emotività sessuale, il loro effetto non è né così intenso né di così breve durata come avviene per gli ormoni ovarici nel sangue dei mammiferi durante l’orgasmo. Di più, per ovvie ragioni, il volatile maschio non ha possibilità di far valere i suoi desideri sulla femmina che non voglia saperne. Donde la prevalenza, nel sesso maschile degli uccelli, di piume vivaci e dell’istinto di corteggiare. E donde ancora l’assenza evidente di simili graziose peculiarità nei mammiferi maschi. Poiché laddove, come tra i mammiferi, la brama amorosa della femmina e l’attrazione che esercita nei confronti dell’altro sesso vengono interamente determinate da mezzi chimici, che bisogno può esservi di mascolina bellezza o di delicate assiduità preliminari?
Tra gli esseri umani le nozze, potenzialmente, possono essere celebrate in ogni periodo dell’anno. Solo che le ragazze, per alcuni giorni, non sono chimicamente preparate ad accogliere le proposte del primo maschio che si presenti. I loro corpi fabbricano ormoni in dosi sufficientemente limitate per lasciare, anche alle più esuberanti, una certa libertà di scelta. Ecco perché, a differenza degli altri mammiferi, l’uomo è sempre stato un corteggiatore. Ma adesso tutto è cambiato, grazie ai raggi gamma. Un’altra forma è stata data dalla conformazione ereditaria del contegno fisico e mentale dell’uomo. In virtù del supremo trionfo della scienza moderna, il sesso è divenuto stagionale, l’organismo ha inghiottito il sentimento e l’impulso chimico della donna ad accoppiarsi, ha abolito l’idillio, la cavalleria, la tenerezza, lo stesso amore.
In questo momento Loola radiosa e un dottor Poole considerevolmente in disordine emergono dall’ombra. Un uomo corpulento, temporaneamente disponibile, si avvicina a lunghi passi. Alla vista di Loola si ferma. Spalanca la bocca, sgrana gli occhi e il respiro gli s’ingrossa.
Il dottor Poole getta uno sguardo allo sconosciuto, poi nervosamente si volge alla compagna.
«Credo che forse sarebbe bene se ci movessimo…»
Senza una parola, lo sconosciuto si precipita su di lui, gli sferra una spinta che lo fa volare via e prende Loola tra le braccia. Lei resiste un attimo, poi gli agenti chimici nel suo corpo le impongono un imperativo categorico e cessa di lottare.
Emettendo un ruggito simile a quello di una tigre all’ora del pasto, lo sconosciuto la prende in collo e la trasporta nell’ombra.
Il dottor Poole, che ha avuto il tempo di rialzarsi, fa l’atto di inseguirlo, come a chieder vendetta e salvare la vittima. Poi un misto di apprensione e timidezza gli fa rallentare il passo. Se va ancora innanzi, sa il cielo in che guai può cacciarsi. E poi quell’uomo, quell’ammasso peloso di osso e di muscoli… Tutto sommato sarebbe forse più prudente…
Si ferma e resta esitante, senza saper che cosa fare. Improvvisamente due giovani e belle ragazze mulatte escono di corsa dal Museo della Contea e simultaneamente gli gettano al collo le braccia brunite, ricoprendogli il volto di baci.
«Bel bastardone simpatico» gli sussurrano all’unisono con la loro voce pastosa.
Per un attimo il dottor Poole esita, incerto tra il ricordo inibitorio della madre, la fedeltà a Loola prescritta da tutti i novellieri e poeti, e quei due Fatti della Vita, morbidi e caldi. Dopo circa quattro secondi di conflitto morale, si risolve, com’era attendibile, a favore dei Fatti della Vita.

(…)

Nella navata centrale del tempio una cinquantina di seminaristi, con le loro cappe di capra di Toggenberg, stanno seduti a testa china; il dottor Poole, in mezzo alla seconda fila, stona per la sua barba lunga e per l’abito sportivo.
L’arcivicario, dal pulpito, sta pronunziando le ultime battute della lezione.
«Poiché, come nell’Ordine delle Cose tutti, volendo, avrebbero potuto vivere, così in Satana tutti inevitabilmente sono stati o saranno fatti per morire. Amen.»
Segue un lungo silenzio. Con un grande fruscìo di pellicce i seminaristi s’incolonnano e s’incamminano per due, con decoro perfetto, verso la porta d’occidente.
Il dottor Poole è in procinto di seguirli, quando un’acuta voce infantile chiama il suo nome.
Voltandosi, vede l’Arcivicario che dai gradini del pulpito gli fa cenno di accostarsi.
«Dunque, che ne pensi della predica?» chiede il grand’uomo, mentre l’altro si avvicina.
«Bellissima.»
«Parola d’onore.»
L’Arcivicario sorride lusingato.
«Sono contento di sentirtelo dire» afferma.
«Mi è piaciuto soprattutto quel che lei ha detto a proposito della religione nel XIX e XX secolo: la ritirata da Geremia al Libro dei Giudici, dal personale e quindi universale al nazionale e per conseguenza caduco.»
L’Arcivicario annuisce.
«Sì, ce la fece per un pelo» dice. «Se gli uomini si fossero attaccati al personale e universale, sarebbero rimasti in armonia con l’Ordine delle Cose e Satana sarebbe stato fatto fuori. Ma, fortunatamente, il Maligno aveva molti alleati: le Nazioni, le Chiese, i partiti politici. Si valse dei loro pregiudizi. Sfruttò le loro ideologie. Nel momento in cui venne scoperta la bomba atomica, gli uomini erano tornati alla mentalità del 900 avanti Cristo.»
«E poi» dice il dottor Poole «mi è piaciuto quel che lei ha detto dei contatti tra Est e Ovest: come Egli seppe persuadere l’una parte e l’altra a prendere solo il peggio di quello che la parte opposta offriva. E così, l’Est acquista il nazionalismo occidentale, gli armamenti occidentali, il cinema occidentale, il marxismo occidentale, mentre l’Ovest fa suo il despotismo orientale, le superstizioni orientali e l’indifferenza orientale alla vita dell’individuo. In poche parole: Egli fece in modo che l’umanità s’impadronisse del peggio dei due mondi.»
«Pensa un poco, se invece ne avesse presa la parte migliore!» squittisce l’Arcivicario. «Se il misticismo degli orientali avesse fatto in modo che la scienza occidentale fosse impiegata giustamente; se il sistema di vita occidentale avesse raffinato l’energia orientale; se l’individualismo occidentale avesse temperato il totalitarismo dell’Est.» Scuote la testa con pio orrore. «Sarebbe stato il regno dei Cieli. Fortunatamente, la grazia di Satana è stata più forte della grazia dell’Altro.»
Prorompe in una risatina acuta, poi, appoggiando una mano sulla spalla del dottor Poole, s’incammina con lui verso la sagrestia.
«Sai figliolo» dice «ho per te una grande simpatia.» Il dottor Poole ringrazia imbarazzato.
«Sei intelligente, sei bene educato, conosci tante cose che noi non sappiamo. Potresti essermi utilissimo e, da parte mia, io potrei esserti utile altrettanto, se» aggiunge «se tu volessi divenire uno dei nostri.»
«Uno dei vostri?» ripete in tono dubbioso il dottor Poole.
«Sì, uno dei nostri.»
Un espressivo primo piano del dottor Poole dimostra che lui ha compreso. Mormora un tetro: «Oh!».
«Non voglio nasconderti» prosegue l’Arcivicario «che l’intervento chirurgico richiesto per conseguenza non è del tutto indolore né interamente sprovvisto di pericolo. Ma i vantaggi derivanti dal tuo ingresso nel clero sarebbero così rilevanti, da giustificare qualsiasi rischio o lieve disturbo. Né bisogna dimenticare…»
«Ma, Vostra Eminenza…» protesta il dottor Poole.
L’Arcivicario tende la mano umida e grassoccia.
«Un momento, prego» dice severamente.
La sua espressione è così autorevole, che il dottor Poole si affretta a scusarsi.
«Chiedo perdono» dice.
«Accordato, caro figliolo, accordatissimo.»
L’Arcivicario è tornato nuovamente tutto amabilità e condiscendenza.
«Dunque, come dicevo» riprende «non bisogna dimenticare che se tu dovessi sottostare a quella che io chiamerò una conversione fisiologica, verresti liberato da tutte le tentazioni alle quali tu, come maschio ante-Cosa, non mancheresti certamente di trovarti esposto.»
«Certo, certo» concorda il dottor Poole. «Ma posso assicurare…»
«Quando si tratta di tentazioni» sentenzia l’Arcivicario «non si può mai assicurare nulla.»
Il dottor Poole ricorda il suo recente incontro con Loola nel cimitero e sente di arrossire.
«Non le sembra, codesta, un’asserzione un pò troppo avventata?» chiede, ma senza convinzione.
L’Arcivicario scuote la testa.
«Su questi soggetti» dice «non si può essere mai troppo avventati. E lasciami ricordarti quello che avviene a chi soccombe a tali tentazioni. Nerbi di bue e squadre di sotterratori sono sempre pronti. E per la pace del tuo spirito, io ti consiglio, no, ti prego e supplico di aggregarti al nostro Ordine.»
Un silenzio. Il dottor Poole inghiotte a vuoto.
«Vorrei pensarci un pò sopra» dice infine.
«Certo, certo» acconsente l’Arcivicario. «Prenditi tutto il tempo che vuoi. Prenditi una settimana.»
«Una settimana? Non credo che potrei decidermi in una settimana.»
«Prendine due» dice l’Arcivicario e poiché il dottor Poole scuote ancora la testa «prendine quattro» aggiunge «prendine sei, se desideri. Non ho fretta. Mi preoccupo solo di te.»
Gli batte un amichevole colpetto sulla spalla. «Sì, carissimo figliolo, di te.»

(…)

Dissolvenza. Appare il laboratorio del dottor Poole. La luce del sole entra a fiotti dai finestroni, brillando sul tubo di acciaio inossidabile di un microscopio deposto sul tavolo di lavoro. La stanza è vuota.
Improvvisamente il silenzio è interrotto da un suono di passi che si avvicinano; la porta viene aperta e, sempre in livrea di maggiordomo e mocassini, il Direttore della Produzione Alimentare fa capolino.
«Poole» incomincia «Sua Eminenza è venuta a…»
Tace a un tratto, e un’espressione di stupore gli appare sul volto.
«Non è qui» dice all’Arcivicario, che a sua volta è entrato nella stanza.
«Andate a vedere se il dottor Poole si trova nell’orto sperimentale» ordina.
Due monaci del seguito s’inchinano e squittiscono: «Sì, Vostra Eminenza», all’unisono, quindi escono.
L’Arcivicario siede e, con grazioso gesto, invita il Direttore a seguire il suo esempio.
«Non mi sembra di averti detto» comincia «che sto cercando di persuadere il nostro amico a entrare nel clero.»
«Spero che Vostra Eminenza non intenda privarci del suo aiuto inestimabile nel campo della produzione alimentare» dice il Direttore ansiosamente.
L’Arcivicario lo rassicura.
«Farò in modo che gli resti sempre il tempo di darti tutti i consigli di cui puoi avere bisogno. Ma intanto voglio essere sicuro che la Chiesa si giovi delle sue capacità e…»
I monaci rientrano nella stanza e s’inchinano.
«E allora?»
«Non è nell’orto, Vostra Eminenza.»
L’Arcivicario corruga la fronte e getta una furiosa occhiata al Direttore, che trema sotto il suo sguardo.
«Mi sembrava di averti sentito dire che oggi il dottor Poole doveva essere qui al lavoro.»
«Sì, Vostra Eminenza.»
«In tal caso perché è uscito?»
«Non so proprio capire, Vostra Eminenza. Prima d’oggi non ha mai cambiato orario senza avvertirmi.»
Una pausa. «Non mi piace» dice finalmente L’Arcivicario. «Non mi piace affatto.» Si rivolge ai monaci. «Tornate di corsa al quartier generale e mandate sei uomini a cavallo a cercarlo.»
I monaci s’inchinano, squittiscono simultaneamente e si dileguano.
«Quanto a te» dice l’Arcivicario, rivolto al Direttore che è pallido e avvilito «se qualcosa dovesse essere successo, ne risponderai di persona.»
Si alza, in collera maestosa, e a lunghi passi si avvia verso la porta.
Dissolvenza, seguita da una serie di quadri.
Loola, con la sua borsa di cuoio a tracolla, e il dottor Poole, con uno zaino ante-Cosa sulla schiena, stanno oltrepassando una frana che blocca una di quelle autostrade superbamente costruite, i cui resti s’incidono tuttavia lungo i fianchi dei monti di San Gabriel.
Una vetta spazzata dal vento. I due fuggitivi guardano, in basso, l’enorme distesa del deserto di Mohave.
Ci troviamo poi in una pineta sui contrafforti settentrionali della catena montuosa. È notte. In una chiazza di chiaro di luna tra gli alberi il dottor Poole e Loola stanno dormendo sotto la medesima coperta di lana tessuta a mano.
Un canyon roccioso, nel fondo del quale scorre un torrente. I due amanti hanno sostato a bere e a riempire le borracce.
E adesso siamo ai piedi degli ultimi declivi, sul limitare del deserto. Tra i ciuffi di saggina, di iucca e i cespugli di ginepro è facile procedere. Il dottor Poole e Loola entrano in quadro e il carrello li segue mentre calano giù per la discesa a lunghi passi.
«Ti dolgono i piedi?» chiede lui premuroso.
«Non c’è tanto male.»
Loola gli rivolge un sorriso coraggioso e scuote la testa.
«Credo che faremo bene a fermarci tra poco, per mangiare qualcosa.»
«Come vuoi tu Alfie.»
Lui trae di tasca una vecchia carta e la studia, seguitando a camminare.
«Ci sono ancora trenta miglia buone da Lancaster» dice.
«Otto ore di strada. Bisogna tenersi bene in forze.»
«E domani dove arriveremo?» chiede Loola.
«Un poco oltre Mohave. Poi, ritengo che ci vorranno altri due giorni per attraversare il deserto di Tehachapis e arrivare a Bakersfield.» Si rimette in tasca la carta. «Sono riuscito ad ottenere un sacco di informazioni dal Direttore» continua. «Dice che questa gente al nord è molto ospitale coi fuggiaschi della California del Sud. Non li rimpatria nemmeno se il Governo li richiede ufficialmente.»
«Grazia a Sa… voglio dire, grazie a Dio» dice Loola. (…)

Aldous Huxley
da «La scimmia e l’essenza»Baldini&Castoldi

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