Il sessantesimo Festival di Sanremo è stato vinto da Valerio Scanu, che, dopo il successo di Marco Carta, porta per il secondo anno consecutivo alla ribalta un prodotto della premiata ditta Costanzo-De Filippi (gli ultimi due vincitori sono infatti usciti dalla scuderia di Amici).
Ma, diciamocelo in tutta franchezza, anche perché è fin troppo chiaro e quindi sarebbe inutile girarci intorno: in maniera molto più incisiva dello scandaloso secondo posto conquistato, il vero protagonista del festival è stato lui: il principe Filiberto, accompagnato da Pupo e dal tenore Luca Canonici. La canzone Italia, amore mio, nata dall’estro del re carciofino e messa in musica dal tombeur de femmes tascabile, commosso da una poesia letta una sera a cena che ha toccato le corde profonde del suo animo, ha spaccato in due l’Ariston e diviso l’opinione pubblica.

Portato alla ribalta da Fabio Fazio e lanciato da Ballando con le stelle, Emanuele Filiberto stavolta ha avuto a sua disposizione nientepocodimenoche il palco dell’Ariston, vero tempio nazional-popolare, dal quale lanciare il suo grido d’amore al paese per riavvicinarlo alla corona. I tempi in fondo sembrano maturi per sancire definitivamente la santa alleanza; nonostante il principe glissi e continui a spacciare la sua canzone come la dedica di un semplice cittadino innamorato ad un paese per troppo tempo agognato, l’intento della canzone sembra ben chiaro: preparare l’avvento alla restaurazione della monarchia.

Siamo onesti con noi stessi: l’Italia non è un paese abbastanza maturo per la democrazia: scandali, corruzione, malgoverno, disonestà, illeciti di ogni tipo. Il popolo italiano ha bisogno di una guida, di un pastore; il governo più adatto al paese sarebbe una sana e benevola monarchia paternalista (come se non bastasse già il magistero di Benedetto XVI…). Per adesso Filiberto, giovin signore trentacinquenne, con i suoi modi da Lapo Elkann sempliciotto sembra ancora del tutto inadatto allo scopo, ma non è detto che con la maturità le cose possano cambiare. Oppure, quello di Sanremo è stato un seme gettato in vista di germogli futuri, che probabilmente noi non vedremo fiorire nella loro interezza ma che già covano nel grembo del paese la rinascita della triade Dio-Patria-Famiglia. Già presente in ogni aspetto della vita pubblica del paese, essa non aspetta che di essere istituzionalizzata. Che questa edizione del Festival di Sanremo rappresenti una nuova Costituente?

Pupo è stato abbastanza esplicito di fronti ai microfoni dell’agenzia stampa ADN Kronos:
«Mi intrigava l’idea di proporre uno del popolo, che sono io, il figliolo del postino di Ponticino, e l’erede al trono d’Italia. Perché se ci fosse ancora la monarchia in Italia, il re sarebbe lui tra poco, quindi è una favola tutta italiana che si realizza (…)».
Pupo, quindi, rappresenta il popolo. Emanuele Filiberto, va da sé, simboleggia la corona. Mancava solo la benedizione celeste al legame che si rinsalda ed è proprio a questo scopo che nel progetto è stato incluso il tenore Luca Canonici, che non a caso ha il compito di invocare il Padreterno: «Sì, stasera sono qui per dire al mondo e a Dio: Italia, amore mio. Io non mi stancherò di dire al mondo e a Dio: Italia, amore mio». La lirica pone l’uomo di fronte all’immensità del cosmo, al mistero dell’esistere, attivando una corrispondenza tra le profondità dell’animo umano e le sconfinate distese dell’eternità: insomma, ha il compito di proiettare in una dimensione ultraterrena il vincolo che unisce il figlio del postino di Ponticino (e la casalinga di Voghera ecc.) all’erede al trono d’Italia.

Ora, analizzata la valenza semiotica della triade canora, non rimane che dedicarsi al testo. Parte Pupo:

«Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni di un popolo che non si arrende
e soffro le preoccupazioni di chi possiede poco o niente».

Va bene che queste parole sono scritte da Emanuele Filiberto, ma che a cantarle sia Pupo è veramente il colmo dei colmi. Che a credere nelle tradizioni e nella famiglia sia un bigamo dichiarato lascia alquanto perplessi. Ma in fondo perché il popolo non potrebbe permettersi il lusso dell’ipocrisia quando il potere che lo guida ne fa ricorso in maniera decisamente più cospicua? Dallo scandalo in cui fu coinvolto Vittorio Emanuele fino a Palazzo Grazioli, passando per Villa Certosa e chi più ne ha più ne metta, la monarchia e la repubblica si sono recentemente dimostrate molto più inclini al vizio che alla virtù. Se predicare bene e razzolare male è il costume del nostro paese, quale migliore piattaforma comune per sancire una nuova alleanza tra popolo e corona? Anzi, considerando l’attualità, il passaggio da democrazia a monarchia sarebbe del tutto indolore e all’insegna della continuità (per chi soffre le preoccupazioni di chi possiede poco o niente, invece, si può sempre contare su Gianni Morandi).
Ma andiamo avanti con Emanuele Filiberto:

«Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia».

Ed ecco che il principe va dritto al punto, chiamando subito in causa la religione, che di tutte le ipocrisie costituisce l’humus. Ma non solo: essa è il collante di un paese che sembra rifiutare con sdegno ogni morale laica, arretrando sempre di più verso un nuovo oscurantismo. Filiberto sa che la sua canzone è concepita per ridestare l’animo dei nostalgici ed è proprio per questo che, dopo l’esclusione a cui ha fatto seguito il ripescaggio, si è lamentato che la giuria demoscopica non comprendesse la fascia degli over 65. L’Italia percepita come una cosa sola in cui il re carciofino non ha paura di esprimere la sua opinione è una nazione che si specchia serenamente nella propria storia perché ormai ha abbandonato ogni senso del pudore.
E ora andiamo in coppia, Pupo e Filiberto:

«Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo di stringerla fra le mie braccia».

«Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente
ma non ti sei mai paragonato a chi ha sofferto veramente».

A parte la discutibile rima «fantasia/braccia» (al limite avrebbe potuto essere «braccìa»…), ciò che colpisce qui è il fatto che Pupo, il popolo, si rivolga direttamente al proprio sovrano, scagionandolo sia da ogni colpa pregressa (in fondo va detto che, al di là di tutto, non è certo lui lo spauracchio della fragile democrazia italiana, che nella sua breve storia ne ha contati e ne conta di ben peggiori) sia lodandolo per non aver mai assunto su di sé quell’habitus sofferente che, in fondo, proprio del popolo è prerogativa. La levatura del popolo impersonato da Pupo è proporzionale alla statura del suo araldo (non me ne voglia Enzo Ghinazzi, avvezzo a questo tipo di battute: sappia che io lo adoravo in quanto stracciafemmine e giocatore d’azzardo, prima di questa virata moralista): condannato ad un perpetuo stato di minorità, destinato a soffrire, ad arrabattarsi nella sua quotidiana piccineria, così cattolico nel suo sopportare le ingiustizie della Terra in vista del premio garantito nell’altra vita. Sempre, naturalmente, rispettando le gerarchie, date come ineluttabili in seguito alla weltanschauung da ancien régime tipica del nostro paese, culturalmente sempre subordinato al Vaticano.
Pupo può così concludere:

«Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale».

Il cassetto si apre e il sogno che vi era chiuso è visibile a tutti. Quello di cui abbiamo bisogno, ci suggerisce in realtà il rampollo di Casa Savoia, non è tanto un paese «normale» quanto normalizzato. La «normalità» va conseguita con l’abnegazione, l’impegno e una coscienza che va maturata in un agone politico apparentemente sempre più precluso ad una società civile (soprattutto – per continuare ad usare espressioni evangeliche – agli «uomini di buona volontà») che nonostante tutto cerca di riappropriarsi dei suoi spazi di partecipazione. La «normalità» non va aspettata; va presa, riconquistata. Ma questo risulterebbe fastidiosamente destabilizzante. Meglio allora sanare tutti i contrasti riappacificandosi nella maniera più nazional-popolare possibile: davanti al primo canale, come ogni anno teatro della liturgia del festival della canzone italiana. Gran cerimoniere, nella serata di venerdì, il commissario tecnico della nazionale Marcello Lippi, anch’egli con indosso le vesti di padre della patria. D’altronde il tecnico di Viareggio ha già dimostrato di gradire decisamente i ruoli
super partes, come nell’occasione in cui rifiutò la proposta di Moni Ovadia di leggere brani di Primo Levi sulla Shoa per sensibilizzare i ragazzi nelle scuole. Il motivo? Non «schierarsi politicamente» (!?) condannando nazismo e fascismo. Figuriamoci allora se l’allenatore abbia dei problemi a spalleggiare la famiglia reale…

È solo per la mancata convocazione di Cassano in maglia azzurra che sappiamo indignarci? No, non solo. Proprio per questo, quindi, se qualcosa va salvato di questo festival, che sia la rivolta dell’orchestra della Rai, i cui elementi hanno per protesta lanciato in aria i propri spartiti. Facciamolo anche noi.
E se dobbiamo per forza ricordare questo Sanremo tutti nel nome della corona, scegliamo quella di Rania di Giordania, ospite nella serata di mercoledì.

Original source Micromega di Fabio Bartoli

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