Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di “supporto promozionale alle cosche”. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt’ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire. Leggi tutto »

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“Questo e’ l’inizio, non dobbiamo percepire questo successo del diritto e della giustizia come la vittoria finale (…) Il processo Spartacus dopo 11 anni e’ arrivato a chiudersi tra grandi difficolta’, battaglie politiche e tentativi di delegittimare i magistrati e pentiti ma sono reati, quelli condannati, risalenti al 1996, quindi stiamo parlando di un processo su criminalita’ passata, questo e’ il paradosso. Oggi e’ sicuramente una vittoria ma piu’ storica che reale (…) E’ la dimostrazione che il clan esiste. Il collegio difensivo, per ben tre gradi di processo, sosteneva che la camorra in provincia di Caserta non esisteva, che erano soltanto bande criminali, che erano solo faide tra famiglie e che non esisteva imprenditoria criminale”
Roberto Saviano

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Qualcuno dice di non aver paura, altri non si scompongono, per altri ancora è normale, è giusto che gli immigrati di Rosarno, che fino a ieri erano la forza lavoro sfruttata nei moderni gulag dalla ndrangheta, siano trattati come bestie da macello. Non bisogna aver paura davanti all’impennata di razzismo che si diffonde nella nostra accogliente Italia, per mano di ministri inumani e ignoranti; non bisogna scomporsi davanti alle menzogne elettorali che da destra e sinistra si apprestano a propinarci in attesa delle prossime elezioni regionali. Chissà se qualcuno si è preso la briga di dare un’occhiata ai candidati di alcune regioni, alla presenza o meno di colletti bianchi, di personaggi indagati, collusi, condannati. Magari ce ne accorgeremo dopo, tra qualche mese, quando saranno già tutti al loro posto ad organizzare le relazioni tra mafie e politica, tra mafie e ospedali, mafie e potere, banche, televisione, acqua. Intanto la sempre stimata Sabina Guzzanti insiste dal suo blog che no, non dobbiamo aver paura. Senza nulla togliere alla grande artista, alla donna colta e coraggiosa sono proprio le sue parole a farmi paura: “non dobbiamo aver paura succeda quello che deve succedere ognuno sa cosa si merita e cosa no”.

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MI è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d’Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda “perché io non ho mai detto o fatto niente?”. Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell’omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell’Onorevole Pecorella in merito all’assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: “Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c’erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi”.

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Giancarlo SianiE’ uscito in questi giorni nelle sale “Fortàpasc”, che racconta gli ultimi quattro mesi di vita di Giancarlo Siani, cronista de “Il Mattino” di Napoli, assassinato dalla camorra a 26 anni per aver osato seguire la pista di inchieste che lo portarono sulla strada della criminalità organizzata campana.Giancarlo Siani

Una storia toccante, che scuote le coscienze di chi ancora crede nella legalità, nella libertà (di parola), nella giustizia contro ogni forma di ricatto e intimidazione. La sua colpa? Quella di aver scelto la strada del “giornalista giornalista” e non del “giornalista impiegato”, decidendo di fronteggiare a viso aperto il silenzio e l’omertà che i clan volevano imporre. Ma è morto. Da solo. Ha osato troppo e nella “Campania felix” a nessuno è concesso di oltrepassare i limiti.

Di seguito la testimonianza di Erri De Luca, scrittore napoletano, che traccia un profilo del giornalista scomparso.

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Nel giornalismo sono importanti i fatti, ma anche i tempi e – direbbe Leonardo Sciascia – il “contesto”. E così è di fondamentale rilevanza tenere presenti i tempi e il “contesto” del tentativo di bruciare la mia autovettura – attentato sventato dopo che già l’avevano cosparsa con la benzina – verificatosi a poche ore dalla conferenza stampa relativa agli arresti effettuati il 23 febbraio 2009, nell’ambito dell’inchiesta sul clan Lubrano-Ligato di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Nell’occasione dell’incontro con i giornalisti, il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, il pubblico ministero Giovanni Conzo e il comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Carmelo Burgio, mi avevano espresso stima e sottolineato il ruolo che avevano avuto le mie pericolose e credo efficaci inchieste giornalistiche nella battaglia anti-camorra. Leggi tutto »

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Ed è così che anche Napoli ha visto i suoi cento passi, la sua giornata contro tutte le mafie, contro l’illegalità, l’omertà e la violenza. Certi striscioni, certi slogan in una città tanto ferita, lacerata da infiniti colpi di pistola emozionano e regalano un pò di speranza. Nel primo giorno di primavera c’era tanta gente in piazza, tanti giovani e non, associazioni, migranti, parrocchie, istituzioni…ma potevano essere molti di più, poteva esserci tutta la città e non c’era. Non importa, certi gesti e certe parole hanno un eco profondo che riesce ad insinuarsi anche nei vicoli più remoti, nelle stanze più buie. A volte anche chi è sordo può sentire!

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